la rosa e la spina


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Visita a L'Aquila

Iniziative

"Il Comitato Donne Terre-Mutate nasce a L’Aquila nell’ottobre del 2010 per organizzare un incontro nazionale di donne che si terrà nel capoluogo abruzzese il 7 e 8 maggio 2011 con lo slogan: BEN VENGANO LE DONNE A MAGGIO. MANI-FESTIAMO. SIAMO TUTTE AQUILANE. Il nome l’abbiamo preso dal numero 81 della rivista Leggendaria, che a sua volta l’ha preso dall’auto-definizione di Francesco Paolucci, filmaker aquilano (“Sono un terre-mutato”).

L’idea è portare le donne di tutta Italia a vedere L’Aquila com’è, e farlo con uno sguardo diverso, appunto lo sguardo delle donne. C’è chi non ha mai visitato L’Aquila, chi la ricorda come tra le città antiche più belle d’Italia, chi la vuole ri-vedere oggi, ferita, abbandonata e purtroppo ancora militarizzata, intrappolata sotto uno “stato di emergenza” che è stato prolungato fino al 31 dicembre 2011. Le donne promotrici dell’evento, che dall’aprile 2009 non hanno mai smesso di incontrarsi, ragionare e progettare insieme nuovi luoghi, vogliono creare una rete solidale con altre realtà femminili che lavorano dentro le associazioni, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nell’arte."

L'associazione culturale "La rosa e la spina" ha aderito con solidarietà all'iniziativa promossa da "Donne terre-mutate" partecipando con un gruppo di 20 persone.

Vedi il programma dell'iniziativa

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L'AQUILA: TERRE MUTATE 7-8 MAGGIO 2011

Il nostro viaggio, quello di alcune componenti dell'Associazione Culturale la Rosa e la Spina, condiviso con altre donne di Verona, verso l'Aquila per incontrare le donne che hanno chiamato a raccolta tutte le donne italiane, per riportare i riflettori sulla loro città terre-mutata, inizia il mattino presto da Villanuova sul Clisi.
La prima tappa è la visita di una New town dove sono presenti tutti i M.A.P. moduli abitativi provvisori: "villette unifamiliari", come quelle consegnate da Berlusconi il 29 settembre 2009 e l' esperimento edilizio, che consiste nel costruire su una piattaforma sorretta da colonne, delle unità abitative in legno e cartongesso. La presenza tra noi di un architetto e di un ingegnere ci testimonia la novità assoluta di questo modulo, mai visto fin'ora, e allora ci domandiamo è un esperimento ? Già a maggio 2011, questi moduli presentano lesioni , scrostature insomma hanno già un aspetto notevolmente degradato.
Le new town sono state costruite nelle periferie in prossimità dei paesi distrutti, dove sono state collocate innanzitutto gli abitanti dei paesi distrutti , invece gli abitanti del centro storico, sono stati collocati "a caso" mediante l'uso di un software (?) con dei parametri di fatto sconosciuti. Pertanto gli abitanti del centro storico aquilano, che erano 11.000 persone, sono stati polverizzati . L'amica che incontriamo e che ci illustra la situazione dove lei , abitante del centro storico, è stata collocata ci racconta che il censimento degli abitanti del centro storico è stato fatto in 10 giorni, e ha richiesto l'accorpamento di gruppi familiari, per avere un punteggio più alto e quindi il diritto ad avere una casa più grande.
Nelle new town non c'è alcun servizio, non un negozio, non un bar, nemmeno una chiesa. Non un locale che consenta alla gente di riunirsi, uno spazio per tenere un'assemblea… ma non è una dimenticanza. Da poco è stato istituito un bus che porta in centro. L'impressione è quella di una città a ferragosto.
Il non aver previsto uno spazio comune, dico che non è stata una dimenticanza, perché l'amica che ci accompagna nella new town ci testimonia l'esperienza di militarizzazione del territorio, che è stata posta in essere sin dall'impianto delle tendopoli , dove da parte della Protezione Civile e delle Associazione di volontariato, è stato esercitato un controllo pressante al movimento delle persone, passando anche per il divieto a somministrare caffè e coca cola.
E non è stato facile per gli aquilani comprendere quel che stava accadendo: i lutti, la promiscuità a cui si era obbligati, la convivenza con centinaia di persone , l'umiliazione che nasce dall'essere espropriati di qualsiasi ruolo, l'impedimento anche alle istituzioni locali a partecipare alle decisioni ha richiesto tempo prima che, lo stato confusionale, logica conseguenza di persone che erano sotto choc, lasciasse il posto alla presa di coscienza e alla consapevolezza della militarizzazione come strumento di controllo.
E poi Il problema degli anziani e dei giovanissimi. Gli anziani, di cui molti sono ancora sulla costa, sono stati completamente privati delle loro relazioni, si segnala una grande moria di anziani all'Aquila. I giovanissimi e i ragazzini non hanno più luoghi dove incontrarsi, i centri commerciali sono diventati i luoghi di incontro.
Il momento emotivamente più coinvolgente è stata la visita al centro storico, che dal 7 maggio 2011, è stato in parte riaperto, la piazza dove gli aquilani si sono riuniti in questi mesi , a gridare la loro rabbia e indignazione è di nuovo fruibile, ma il resto è tutto ancora incatenato , e tra i ponteggi intravedi la bellezza della città, cogli il piacere del vivere qui in centro e….. ti fa pensare a come sarebbe la tua vita se non avessi più la tua casa.
E' li che cogli e condividi appieno il dramma di chi subisce una tale perdita.
E ancora di più quando chi ci accompagna nella visita, ci testimonia che gli abitanti del centro storico non credono a tempi brevi per la ristrutturazione delle loro case, sono consapevoli che servono almeno 20 anni.
Intanto però hanno ricominciato a pagare il mutuo…. E io temo per qualcosa che non avranno più.
La nostra amica ingegnere ci dice che la situazione è davvero drammatica, dal punto di vista tecnico, certamente gravissima, e poi tutto reso complesso dall'assenza di risorse, la crisi, la mancanza di partecipazione del paese all'ennesimo dramma di una nazione costruita sulla sabbia.
E la Fontana delle 99 Cannelle , perfettamente restaurata a cura del FAI, e la meravigliosa facciata della basilica Santa Maria Collemaggio, rimasta intatta perché transennata, in previsione di lavori da fare, non bastano a fare una città, la gente è gravemente ferita e se nei bar e nei ristoranti, da poco riaperti ti accolgono e ti sono riconoscenti perché sei andato a trovarli, nei loro sguardi e nelle loro parole si coglie la ferita e la domanda "guariremo?" .
Forse ha ragione chi pensa che l'Aquila sarà una nuova Pompei?

Adriana




LUNEDI 9 MAGGIO 2011

Il coordinamento "Donne terre-mutate" ha lanciato un grido d'aiuto, le donne delle Associazioni di tutto il paese hanno risposto.
Anche noi, amiche nuove e vecchie dell'Associazione "La rosa e la spina" ci siamo recate a L'Aquila, sabato 7 e domenica 8 maggio.
Abbiamo guardato la città da vicino, così come le donne aquilane ci avevano chiesto di fare, cercando di incrociare i loro sguardi, ascoltare le loro parole, cogliere il loro sentire, condividerne il dolore, stringere le loro mani.
Nella "zona rossa" abbiamo sentito gli odori di una città profondamente ferita, toccato le sue pietre, osservato le sue ferite, sfiorato le sue spaccature, respirato la sua aria: spifferi gelidi, lame di ghiaccio, forze ignote, celate negli oggetti, nascoste nello scheletro delle cose.
Ho percepito, nelle fessure nascoste dall'informazione stuprata, la verità dello stato delle cose e mi sono sforzata di vedere la storia che occorre vedere, quella che occorre raccontare.
Ho visto una città disabitata, desolata, abbandonata dai potenti di turno ma non dalla sua gente, dai volontari del post-emergenza che l'hanno sorretta, puntellata, abbracciata.
Ho conosciuto la forza delle donne aquilane e incontrato la solidarietà delle donne italiane.
Ho visto mura sbriciolate, crepe più larghe di un palmo di mano, finestre divelte, case collassate, accasciaste su stesse, come un vecchio stanco della vita...
Le mura delle case erano imbragate da possenti fasce d'acciaio, pali di ferro incastrati con maestria tra viti, raccordi, dadi, tiranti e bulloni; strani elementi di fissaggio e mi sono chiesta quale competenza sia stata necessaria per raggiungere simili risultati … opere provvisionali di prima emergenza, mi suggerisce Francesca, l'amica esperta di questioni tecniche.
Ho verificato il significato: "per opera provvisionale, in edilizia, si intende una lavorazione o la realizzazione di una struttura o di un manufatto che abbia una durata temporanea, e che non farà parte dell'opera compiuta, perché verrà rimossa prima" e mi sono chiesta quando questa rimozione ci sarà!?
Nei due giorni di permanenza all'Aquila ho più volte alzato gli occhi al cielo è l'ho sempre visto tremendamente azzurro, un azzurro intenso, perfetto, senza sbavature, in forte contrasto con la tristezza della sua gente e il grigio delle macerie.
Il calore del sole aquilano mi ha riscaldata e l'aria dei contrafforti boscosi del Gran Sasso ha accarezzato il mio cuore, gonfio di tristezza.
Ho partecipato ai lavori della stanza "Biblioteca" per una ricostruzione possibile…
Ho ascoltato la musica malinconica delle parole delle donne che al di là del dolore risuonava di un'energia vitale: presa di coscienza, partecipazione, legalità, trasparenza, sradicamento, impotenza, solitudine, controinformazione, necessità di tessere e ritessere relazioni, desiderio di riprendersi a piene mani, sia la loro vita, che la loro città.
Ho riconosciuto le parole della politica istituzionale: potere, litigi, vile denaro, interessi, macerie e miseria umana; tra le une e le altre: una distanza abissale.
Nei cuori delle donne aquilane ho colto lo scoramento, la tristezza, il dolore per i loro morti, qua e là rari, esili fili di speranza.
Nelle loro parole tanta sfiducia, indignazione, disillusione nei confronti delle istituzioni e della politica tradizionale: ne sono rimasta sconcertata.
Ho toccato con mani lo spessore della complessità, il suo timbro, la mancanza assoluta di linearità.
Una matassa intricata quella del "chi fa che cosa", responsabilità, ritardi, ruoli e competenze istituzionali ancora da definire, un piano della ricostruzione ancora da mettere a punto.
Ho conosciuto la linfa più dolce e il deserto più desolato.
Abbiamo visitato i monumenti ridati alla vita, opere di grande stupore nel vuoto aquilano: la basilica di Collemaggio, la fontana delle 99 cannelle … ,
…nella lunga vasca tuffano, sbattono e torcono i panni, le lavandaie cittadine: membrute e manesche, pronte al battibecco e alla rissa, ma allegre e faticatrici e cantatrici di stornelli in cori arditi e lenti, dove si effonde quel tono di fiera e accorta malinconia…
scriveva il poeta aquilano Giovanni Titta Rosa, che una volta emigrato a Milano, della sua città scriverà: "… ma la nostalgia è sempre per quella vallata, per quei boschi, per quella terra magra e tufacea dove in primavera fioriscono ciliegi e peschi e gli uccelli fanno festa a mio padre agricoltore che pota le viti del colle, vicino a casa…"
Quando, tornata al calore della mia casa, ho avuto la possibilità di riflettere mi è sembrato di riconoscere il sapore di quella nostalgia, qualcosa di indecifrabile me lo rendeva familiare.
Ho pensato al gesto accurato nel sistemare la piega della tovaglia, alla frenesia dissennata con la quale ogni giorno compio acrobazie per far coincidere ogni impegno, all'amore per la mia casa e per la mia terra.
Una morsa ha stretto il mio cuore e un nodo alla gola ha avuto il sopravvento. Dinnanzi a me l'immagine delle donne dell'Aquila che, nelle loro case, prima del sisma, ripetevano le mie stesse azioni: piccoli gesti quotidiani, a volte spogli di significato, spesso ripetitivi ma di grande valore quando ne vieni privata.
La storia, presuppone la necessità di saperla ascoltare, la dobbiamo reinterpretare sulla scorta degli errori commessi e non possiamo perdere la speranza.
E allora, coraggio donne aquilane!
Sorgerà ancora il sole, la vita rinascerà, le relazioni ci terranno unite e l'Aquila tornerà a volare.

Eles


L'AQUILA - VIAGGIO DI EMOZIONI E SENTIMENTI FORTI

IL GRUPPO
Il nostro gruppo mi piace. È un gruppo "morbido". Sta accogliendo le persone, ne assorbe gli spigoli e ne esalta le capacità. C'è rispetto e voglia di stare insieme, c'è creatività, voglia di fare, mi ci trovo bene. È stato bello anche condividere il viaggio con le veronesi che hanno simpaticamente saputo accettare la nostra irruenza e la nostra allegria.

L'AQUILA
La città è distrutta, desolante, offesa. Abbiamo assorbito la disperazione, il dolore, il senso di perdita di queste donne arrabbiate che cercano di reagire. Ma come? I problemi sono così grandi! (speriamo almeno di aver alleggerito un poco il loro dolore).
La cosa ingiusta è aver tolto la parola a chi vive l'incubo della perdita, ridurre le persone a gregge spaurito e senza diritto di reazione, di progetto. L'unica cosa che mi viene in mente è di essere loro vicine e dar voce alla loro voce.
Visitando la città e i dintorni si coglie la dimensione del disastro, reso ancor più grave dalla bellezza di ciò che si è perso. I palazzi attraversati da crepe, le chiese svuotate, i vicoli intransitabili, i calcinacci, la selva di tubi Innocenti e di travi che impediscono il crollo definitivo testimoniano insieme la violenza del sisma e la difficoltà della ricostruzione. Il silenzio della zona rossa comunica l'impotenza, la continua presenza di transenne e militari l'espropriazione.
Non so cosa si potesse fare di diverso, non sono un'esperta. Sono certa che qualsiasi fosse stata la scelta di intervento, si sarebbe comunque dovuto fare i conti con tempi lunghissimi e sacrifici enormi (di vita e di parti della città).
Non giudico le scelte, ma le modalità sì, perché se si interviene dove c'è dolore bisogna essere integerrimi e concordi. A L'Aquila questo è venuto meno e le istituzioni ne sono uscite a pezzi (Kant: tratta sempre i tuoi simili come fini e non come mezzi).
Continuo a trovare offensiva e inaccettabile la modalità di azione, l'esclusione sistematica ad ogni livello della popolazione dalle decisioni,l'aver agito senza creare luoghi e situazioni di incontro e discussione (la gente non è stata privata solo delle case, ma anche delle piazze, delle sedi delle associazioni, dei salotti, ecc.), l'aver reso così più acuti e definitivi l'isolamento, la solitudine e il lutto degli aquilani.
La visione notturna della chiesa di Collemaggio e la visita alla fontana delle 99 cannelle si sono rivelate due piccole isole di bellezza e di conforto. Un segnale positivo della possibile ricostruzione, un messaggio di fiducia che attenua il dolore testimoniato dalle fotografie dei morti e dalle chiavi di casa appese alle transenne.

Itala


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Sito aggiornato il 31 mag 2017

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